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04 ottobre 2019

Su un tema così carico di pressione sociale e politica, si propone una diversa chiave di lettura utilizzando le competenze e gli strumenti propri degli psicologi. Quasi una sfida - non a caso lanciata da un luogo di pensiero, il dipartimento di Studi umanistici e il Community Psychology Lab dell’università Federico II - attraverso il convegno internazionale “Migrazioni - Dal conflitto e dall'odio alla cura e alla speranza”.

Si discute l’idea che gli psicologi siano “gli unici che possono fare qualcosa per combattere il pregiudizio che si è diffuso nella società perché alla base ci sono aspetti psicologici e non dati di fatto storici. Con una continua opera di svelamento, gli psicologi possono far comprendere alle persone, anche sul piano emotivo, quanto siano fallaci lo stereotipo e il pregiudizio”.

Vista da quest’ottica, significherebbe agire psicologicamente sul processo di trasformazione della paura, dall’odio all’accoglienza, sviluppando un senso di cura e comprensione per arrivare ad una maggiore conoscenza dell'altro.

Dal convegno si sostiene, infatti, che “gli psicologi possono riflettere e far riflettere su un fenomeno sottovalutato per le ricadute psicologiche sulle popolazioni e sui sistemi di convivenza. Un fenomeno che viene liquidato con luoghi comuni appiattiti sulla paura per l’altro”.

Quindi utilizzare un bagaglio di conoscenze teoriche sulle relazioni, i sentimenti di paura, odio, cura e speranza, per comprenderne l’impatto nella vita delle persone e di chi ha un’esperienza di separazione, di rottura, di allontanamento dalla propria terra.

 

…Tutto ciò accompagnato certamente, soprattutto nei luoghi difficili di ogni città, dalla presenza dello Stato.